La situazione è migliore e oggi ci sono dei farmaci per curare il Covid-19. Le settimane passano e ormai gli esperti sanno come agisce il Coronavirus SARS-Cov-2. Aspettando il vaccino, ci sono tanti farmaci che possono aiutare i pazienti. Non siamo più nella situazione di gennaio in cui si andava a tentoni, oggi i medici hanno le idee un po’ più chiare. Ecco la situazione aggiornata in base alle ultime novità. Ecco le novità.

CURE PER IL CORONAVIRUS COVID-19: I FARMACI

IN SPERIMENTAZIONE: O comunque autorizzati da AIFA per uso compassionevole, ovvero al di fuori delle malattie per cui questi farmaci sono indicati.

  • REMDESIVIR: E’ il farmaco su cui si concentrano maggiormente le speranze dei ricercatori di tutto il mondo. E’  un farmaco antivirale nella classe degli analoghi nucleotidici utilizzato principalmente per il trattamento del virus Ebola e per le infezioni da virus Marburg, ma è stato scoperto che funziona anche contro altri virus importanti a RNA a singolo filamento come anche i coronavirus (SARS e MERS).
    Utilizzato sin dall’inizio al Wuhan Institute of Virology, oggi è il farmaco più usato contro il Covid-19. 

    • Stati Uniti: La Food and Drug Administration ha concesso l’autorizzazione all’uso d’emergenza dopo che il National Institute of Allergy and Infectious Diseases ha pubblicato i risultati di uno studio clinico che mostra un tempo medio di ripresa di 11 giorni grazie a questo farmaco. Per Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive, «i dati mostrano che il Remdesivir ha un chiaro e significativo effetto positivo nel ridurre i tempi di recupero».
    • Europa: L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha avviato uno studio di revisione continua dei dati con procedura rapida basandosi sui risultati preliminari dello studio “Actt”, che suggerisce un effetto benefico del farmaco su pazienti ospedalizzati con forme moderate o severe. 
    • OMS: Per Mike Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria dell’OMS, ci sono «concreti segnali di speranza».
    • Cina: Uno studio pubblicato su Lancet dimostrerebbe che non funziona sui pazienti critici anche se gli stessi ricercatori sono cauti verso questi risultati per le piccole dimensioni del trial: «Sfortunatamente il nostro test ha trovato che, sebbene sia sicuro e adeguatamente tollerato, il Remdesivir non fornisce benefici significativi rispetto al placebo – spiega Bin Cao, della “Capital Medical University” cinese. Non è il risultato in cui speravamo, ma dobbiamo tenere a mente che siamo riusciti ad arruolare solo 237 dei 453 pazienti che speravamo. Inoltre le restrizioni nella disponibilità dei letti ha fatto sì che la maggior parte dei pazienti sia stata arruolata con la malattia in fase avanzata»
    • Italia: Per Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del San Martino di Genova, lo studio cinese è vero a metà: «è stata arruolata solo metà dei pazienti del target. Remdesivir va usato più precocemente».
    • Gilead: La casa farmaceutica che lo produce ha previsto la produzione di 140.000 lotti entro la fine di maggio che potrebbero arrivare a un milione entro la fine del 2020.
  • CLOROCHINA E IDROSSICLOROCHINA: Tutto parte dall’intuizione che un farmaco anti-malaria (uccide i parassiti della malaria interferendo con il loro metabolismo) possa essere efficace contro la Sars (dati confermati da altri studi). Un’intuizione del 2003 di un italiano (Andrea Savarino, ora ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità) che al riguardo scrisse un articolo su “Lancet” spiegando che la Clorochina funzionava per via di un effetto antivirale ad ampio spettro oltre alle proprietà immunomodulanti del farmaco, usato talvolta con successo nel trattamento dell’artrite reumatoide.
    • Italia: L’Agenzia del farmaco ha avviato il progetto “Protect” coordinato Giovanni Martinelli, direttore scientifico dell’Irst Irccs (Istituto Scientifico per lo Studio e la Cura dei Tumori della Romagna), e da Pierluigi Viale, direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e disegnato dalla dottoressa Oriana Nanni (Direttore Unità di Biostatistica e Sperimentazioni cliniche Irst) con la collaborazione del professor Annibale Biggeri, consulente epidemiologo Irst. Questo progetto punta a valutare se l’assunzione preventiva del farmaco diminuisca la probabilità di contrarre il Covid-19. Parte da uno studio apparso sull’International Journal of Antimicrobial Agents che mostra come 211 persone trattate in via preventiva con il farmaco non sono state contagiate nonostante la vicinanza a persone positive.
    • Oxford: Anche qui c’è uno studio simile. Il trial sta coinvolgendo 40 mila persone, in particolare personale sanitario, distribuiti in quasi 100 Ospedali in 3 continenti. I risultati però arriveranno almeno fra un anno. 
    • Francia: Una ricerca dell’Istituto ospedaliero universitario “Méditerranée Infection” di Marsiglia ha mostrato che 24 pazienti trattati con il Plaquenil, uno dei farmaci a base di idrossiclorochina ha avuto risultati ottimi: il 75% dei pazienti trattati «dopo sei giorni di trattamento aveva una carica virale negativa», ovvero non c’era più il virus. La guarigione è avvenuta entro una settimana. L’esperimento è stato effettuato confrontando i pazienti trattati con un gruppo di controllo non sottoposti al trattamento e nello stesso periodo «il 90% di loro è ancora portatore del virus».
    • Stati Uniti: Per Trump la Clorochina potrebbe essere l’arma giusta contro il Covid-19 e spinge molto in questa direzione. Fauci e altri esperti, però, sono più cauti.
    • Non funziona come si spera: Tante speranze, ma non funziona. Almeno è ciò che sostiene uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che mostra i risultati delle ricerche condotte su 1.446 pazienti Covid-19 dell’ospedale New York Presbyterian trattati con il farmaco: è emerso che dopo un periodo di 22,5 giorni quelli che hanno ricevuto il farmaco erano malati più gravemente di quelli che non avevano ricevuto il farmaco.
  • Effetti collaterali: Se la Clorochina funzionasse sarebbe una gran cosa (anche perché è già disponibile e costa poco: una confezione da 30 compresse rivestite costa appena 3,59 euro. Il problema è che ci sono degli effetti collaterali.
    • Europa: L’EMA ha avvertito di reazioni avverse anche gravi, in particolare con dosi elevate che possono aumentare ulteriormente i problemi legati alle alterazioni del ritmo cardiaco (QT lungo).
    • Stati Uniti: L’FDA conferma questi timori, in particolare in pazienti con insufficienza renale spiegando che se associato anche altri medicinali che prolungano il QT può portare a tachicardia, fibrillazione ventricolare o torsades de pointes anche fatali.
    • OMS: Conferma i timori sull’uso di Clorochina e Idrossiclorochina ad alte dosi. 
  • TOCILIZUMAB: Tutto parte da un gruppo di ricercatori cinesi di Wuhan che ha scoperto che nei malati c’è un incremento di sostanze come la citochina interleuchina-6 (IL-6) e il recettore dell’interleuchina-2 (IL-2R). La citochina gioca un ruolo importante nella risposta immunitaria ed è implicata nella patogenesi di molte malattie: si tratta di una potente molecola infiammatoria prodotta dal sistema immunitario in risposta all’infezione virale. Il Tocilizumab è un anticorpo monoclonale, un farmaco utilizzato per il trattamento dell’artrite reumatoide (AR) e dell’artrite idiopatica giovanile sistemica. Funziona proprio perché agisce contro il recettore dell’interleuchina-6 (IL-6R).
    La Roche, la società che lo produce, lo sta regalando per fare il test ed è una grande azione: una confezione costa da 211 a 1.482 euro.
    Impedirebbe la terapia intensiva. E’ stato scoperto che se venisse somministrato subito si potrebbe evitare che il paziente possa andare in terapia intensiva. E visto che i posti sono pochi sarebbe una grande notizia.

    • Napoli: Questa scoperta dell’aumento delle chitochine ha spinto il medico italiano Paolo Ascierto, oncologo dell’istituto Pascale di Napoli, a pensare che si potrebbe usare un medicinale che esiste già per questo effetto collaterale che solitamente si ha nelle terapie oncologiche. Ne ha parlato con dei colleghi cinesi che hanno confermato l’intuizione: lo avevano usato su 21 pazienti e 20 di loro avevano avuto miglioramenti in 24-48 ore. Allora è partita anche la sperimentazione a Napoli testandolo su 7 pazienti: 3 hanno avuto un miglioramento di cui uno importante. Gli altri 4 sono stabili mentre uno è morto per un peggioramento del distress respiratorio. Sono risultati promettenti. Aifa ha autorizzato un esperimento su 330 pazienti.
    • Torino: Uno studio realizzato dai Ricercatori del CMID, Centro di Immunopatologia e Malattie Rare dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino ha mostrato i risultati di un trial su 63 pazienti con indici di infiammazione particolarmente elevati e compromissione respiratoria: i parametri clinici e di laboratorio sono significativamente migliorati e la somministrazione precoce di Tocilizumab (appena presenti i segni di infiammazione evocativi di un’imminente tempesta citochinica) è associata a maggiori possibilità di sopravvivenza. 
  • SARILUMAB: Si tratta di un farmaco monoclonale umano antagonista del recettore per la interleuchina-6 (IL-6), come il Tocilizumab, ed è autorizzato in Italia per il trattamento dell’artrite reumatoide. Proprio come l’altro farmaco, anche questo potrebbe modulare la risposta iperattiva a livello polmonare del sistema immunitario dei pazienti spingendoli alla terapia intensiva. 
    • Non funziona come si sperava: Un trial progettato da Sanofi e Regeneron ha scoperto che dà risultati, ma non sufficienti visto che chi è stato trattato con Sarilumab ha avuto effetti solo lievemente migliori rispetto a chi è stato trattato con un placebo.
    • Un secondo test in atto: Un altro  studio internazionale su 400 pazienti ospedalizzati in Italia, Spagna, Germania, Francia, Canada, Russia, Israele e Giappone, sta valutando gli effetti del farmaco. I risultati preliminari sono previsti per il terzo trimestre.
  • ANAKIRA E EMAPALUMAB: Anche questi sono farmaci contro l’artride reumatoide e in particolare contro la Sindroma Emofagocitica, una rara malattia del sistema immunitario che scatena un rilascio esagerato di citochine che hanno l’effetto di spedire il paziente in terapia intensiva.Queste però sono antagoniste del recettore dell’interleuchina-1. Anche questi farmaci sono in test.
  • RUXOLITINIB: Appartiene alla nuova generazione di farmaci antitumorali mirati in grado di colpire le cellule tumorali in modo più preciso rispetto alla chemioterapia tradizionale impedendo alle stesse cellule di riprodursi. In particolare è un inibitore selettivo delle Janus Associated Kinases (JAKs) JAK1 e JAK2 che mediano la tempesta di citochine. Ecco perché è testato anche per il Covid-19 e con buoni risultati in Toscana (sperimentazione dal 24 marzo) e in Calabria (dal 29 marzo) con ottimi risultati. Per questo le società che lo producono (Incyte e Novartis) hanno annunciato l’avvio di uno studio di fase III.
  • KALETRA (LOPINAVIR/RITORNAVIR): E’ un farmaco utilizzato contro l’HIV e rientra fra le cure per il Coronavirus. Appartiene alla categoria degli inibitori della proteasi di HIV, un enzima fondamentale per il taglio finale delle varie componenti virali. Il Lopinavir/R fu utilizzato al “Queen Mary Hospital” di Hong Kong durante l’epidemia della SARS del 2003.
    L’idea di utilizzare la Clorochina con il Lopinavir e il Ritornavir contro il Coronavirus della SARS venne sempre da Andrea Savarino nel 2005 basandosi su osservazioni da lui precedentemente effettuate in cellule infettate con un virus di una famiglia diversa (HIV). Funziona perché bloccano la replicazione del virus nelle cellule.

    • Non funziona: Uno studio condotto presso l’ospedale cinese Jin Yin-Tan Hospital a Wuhan su 199 pazienti ricoverati con gravissima infezione da Coronavirus e pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha spiegato che il Kaletra NON funziona contro il COVID-19. Quindi, purtroppo, un candidato in meno. L’AIFA ha analizzato a lungo questa ricerca che comunque considera un primo passo.
      O forse sì: Anche se la suddetta ricerca spiega che non funziona, in realtà molti lo stanno usando e funziona (e infatti sono ancora in corso degli esperimenti). Con il Kaletra sono stati trattati il 38enne “paziente 1” Mattia di Codogno, la prima donna positiva a Roma, il giornalista Renato Coen
    • Cuba: Intanto a Cuba lo stanno iniziando a produrre autonomamente attraverso il Laboratorios MedSol per limitare l’importazione dall’estero.
  • DARUNAVIR/COBICISTAT: Il farmaco è indicato con altre terapie antiretrovirali contro l’Hiv e al momento viene sperimentato in uso off-label unicamente nell’ambito del piano nazionale di gestione dell’emergenza. Al momento è utilizzato in alternativa a lopinavir/ritonavir quando quest’ultimo non è tollerato per diarrea. Per l’AIFA al momento darunavir/cobicistat non è indicato in associazione con l’idrossiclorochina né con azitromicina.
  • AVIGAN (FAVIPIRAVIR o FAVILAVIR): Si tratta di un farmaco antinfluenzale prodotto in Giappone che secondo alcune voci sarebbe stato usato in Cina con ottimi risultati contro il Covid-19. In parte è vero: sembra che sia efficace in chi ha sintomi lievi o moderati, mentre risulterebbe nullo quando il Coronavirus ha già iniziato la sua riproduzione in massa. Il problema è che non sarebbe molto sicuro. Le donne in gravidanza, ad esempio, non possono usarlo perché creerebbe delle anomalie fatali o difetti nei nascituri (e infatti non viene usato per curare la normale influenza) e infatti in Corea del Sud non lo vogliono usare per motivi di sicurezza.
    Comunque sono in corso dei trial anche in Italia visto che l’Aifa ha dato il suo ok.

    • Giappone: Nonostante gli effetti collaterali e i dubbi sul funzionamento (lo ha spiegato Masaya Yamato, capo delle malattie infettive del Rinku General Medical Center di Osaka)  il premier giapponese ha destinato circa $130 milioni per aumentare le scorte del farmaco in Giappone.
  • IL PLASMA DEI GUARITI: L’idea è che le persone guarite abbiano creato degli anticorpi che possono essere prelevati ed iniettati nel sangue di persone malate. E’ una terapia che l’Oms autorizza quando non ce ne sono altre adatte, e infatti è stata usata contro la Sars ed Ebola. Oggi se ne parla molto e sembra la panacea di tutti i male.
    • Cina: I medici cinesi sono stati i primi ad iniettare questo sangue donato su diversi pazienti sin da febbraio e molti sono guariti o hanno avuto miglioramenti nel giro di 24 ore.
    • Mantova: E’ stato il primo centro dove si è usato questa tecnica con grande successo si 25 pazienti e stanno mettendo a punto un protocollo che poi deve essere autorizzato dal Consiglio Superiore di Sanità. E’ proprio Giuseppe Di Donno, primario presso il Reparto di Pneumologia dell’Ospedale, a spiegare i risultati eccellenti: «con il plasma abbiamo aiutato pazienti gravi, in tutto salvate 48 persone. Ci sono stati miglioramenti clinici ma aspettiamo la pubblicazione» dello studio, «intanto ci chiamano da tutto il mondo».
    • Pavia: La prima sperimentazione ha coinvolto 52 pazienti e ne partirà un’altra con 150. 
    • Stati Uniti: Circa 4 mila pazienti sono già in trattamento.
    • Ilaria Capua: La direttrice dell’One Health Center University of Florida spiega che non è una novità, anzi, è stata una delle prime terapie contro le malattie infettive, ma ci sono dei rischi gravi: «è un prodotto di derivazione umana è un po’ delicato dal punto di vista della regolamentazione. Perché gli emoderivati hanno dei rischi. – ha detto a “Il Messaggero” – È assolutamente è una procedura che funziona, ha sempre funzionato. I rischi sono l’epatite, gli choc anafilattici. Sono dei prodotti un po’ delicati e quindi possono essere usati come estrema ratio in un caso che non risponde ad altro e che sta per lasciarci, allora a quel punto si può utilizzare. Ha una funzione e si vedono i risultati, però non è certo una cosa che si potrà utilizzare a casa».
    •  Ministero della Salute italiano: Gli esperti si dicono fiduciosi ma serve tempo: «è attualmente oggetto di studio in diversi paesi del mondo, Italia compresa. Questo tipo di trattamento non è da considerarsi al momento ancora consolidato perché non sono ancora disponibili evidenze scientifiche robuste sulla sua efficacia e sicurezza, che potranno essere fornite – si legge in una nota del Ministero – dai risultati dei protocolli sperimentali in corso».
    • Centro Nazionale Sangue (ISS): A sponsorizzare questa terapia è il direttore del CNS Giancarlo Liumbruno che ipotizza non tanto l’uso del plasma dei pazienti guariti, quanto lo studio di questi anticorpi e la produzione su scala industriale delle immunoglobuline (gli anticorpi) per creare un farmaco nuovo. In pratica: se gli anticorpi naturali presenti nel plasma dei guariti funziona, allora devono funzionare anche degli anticorpi identici ma creati in laboratorio. Una idea su cui si sta già lavorando. 
    • Roberto Burioni: Per il virologo è una strada possibile: «la tecnologia ci consente di isolare i geni degli anticorpi dal plasma e produrne in laboratorio una quantità illimitata. A questo punto avremmo un siero artificiale che potrebbe essere prodotto in modo illimitato e a costi molto inferiori rispetto a quelli necessari per il plasma», ha scritto sul suo sito Medical Facts.
    • I problemi: Sono tre in particolare: ci sono pochi donatori che hanno un numero sufficiente di anticorpi (circa uno su due); attraverso il sangue si possono trasmettere delle infezioni (Hiv e non solo) e per questo servono controlli serratissimi prima di avviare il processo; non ci sono i macchinari adatti, ovvero i “separatori cellulari”, capaci di estrarre gli anticorpi dal sangue.
    • I costi: Questa è la buona notizia, perché costa poco. Il plasma viene donato gratuitamente, e il costo per la cessione ad altri ospedali è di circa 172 euro a sacca: considerando che da una sacca si ricavano due dosi, significa che un trattamento costa appena 86 euro.
  • IVERMECTINA: E’ un antiparassitario che uccide o promuove l’espulsione di vermi parassiti intestinali. E’ utilizzata per trattare la strongiloidosi, la scabbia, i pidocchi del capo (ma gli specialisti consigliano di non usarlo in massa per evitare la resistenza), e in passato è stato utilizzato anche contro altri virus, tra cui la febbre gialla.
    • Melbourne: Secondo i ricercatori della Monash University (in collaborazione con il Doherty Institute) questo farmaco eliminerebbe la carica virale del virus del Covid-19 in 48 ore. Anzi, lo farebbe una singola dose del farmaco. I risultati sono stupefacenti ma per il momento sono arrivati sono in test di laboratorio, visto che l’Ivermectina non è stata usata ancora su nessun paziente umano. Però la sperimentazione potrebbe partire a breve.
      L’Ivermectina deriva dall’Avermectine, scoperta da due scienziati, Satoshi Omura e William Cecil Campbell, per cui nel 2015 hanno vinto il premio Nobel, Altra ottima notizia (se dovesse davvero funzionare), l’Invermectina compare nella Lista delle Medicine Essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in cui compaiono i medicinali più sicuri ed efficaci che ogni Sistema Sanitario dovrebbe avere. Non costa molto, e all’estero è stato già approvato per trattare le malattie per cui è indicato, mentre in Italia l’AIFA lo ha approvato solo sotto forma di crema.
  • LE MOLECOLE 11A e 11B: Sono due molecole sviluppate dal gruppo di ricerca dell’Accademia Cinese delle Scienze e che sarebbero in grado di bloccare l’enzima proteasi che consente la replicazione del coronavirus.
  • LA MOLECOLA 13B: I ricercatori dell’università di Lubecca (Germania) hanno scoperto una molecola che lega e inibisce l’enzima chiamato proteasi, usato dal virus per replicarsi all’interno delle cellule infettate. Anche questa è stata testata in provetta su cellule di polmone umano colpite da Coronavirus e sui topi ed ha funzionato e ha dimostrato di non essere tossica. Ora arriva la seconda fase, ovvero quello di inserire questa molecola in un farmaco nuovo che poi dovrà passare ulteriori step per valutare l’efficacia e la tossicità sull’uomo. Secondo una stima ci vorrà circa un anno, ma potrebbe essere l’arma specifica.
  • EIDD-2801: Negli Stati Uniti è partita la sperimentazione di un farmaco chiamato Eidd-2801 che “migliora la funzione polmonare, riduce la carica virale e la perdita di peso” e che funziona contro il Covid-19, o almeno funziona negli esperimenti sui topi. Il farmaco è stato scoperto da Ralph Baric che dirige il laboratorio di immunologia e microbiologia dell’università del North Carolina.
  • LA RICERCA DELLA MOLECOLA GIUSTA CON IL SUPERCOMPUTER: Come si combatte una malattia? Prima si isola il batterio o il virus, poi si cerca la molecola giusta capace di contrastarlo e sconfiggerlo. Il problema è che ci sono migliaia di molecole e trovare quella adatta richiede tempo. A meno che non subentri un supercomputer. E’ ciò che sta facendo la società biofarmaceutica Dompé che ha coinvolto diversi team di ricerca (tra cui il Politecnico di Milano, l’università degli Studi di Milano e il Cineca di Bologna) per creare una piattaforma virtuale, Exscalate, capace di fare proprio questo. Parte dai dati ricavati dalla sequenza genomica del virus e poi effettua una serie di simulazioni fra il virus e il potenziale farmaco. Tutto in modo virtuale. All’inizio lo studio analizza tutte le molecole di farmaci già presenti sul mercato (sono 10 mila) e poi, se non dovesse trovarne una che già esiste, passerà all’analisi di tutte le nuove possibili molecole: parliamo di un database di oltre 500 miliardi di molecole.
    Fra tutte queste, al momento ha trovato 40 molecole che potrebbero agire sul Covid-19. L’obiettivo del consorzio è quello di identificare una cura sicura per l’uomo, idealmente utilizzabile sui pazienti tra circa tre mesi.
  • EPARINA: E’ un farmaco che si utilizza da anni nella profilassi del tromboembolismo venoso e sembra funzionare anche nei pazienti del Covid-19 perché in questi avviene un’alterazione infiammatoria e coagulativa e quindi l’utilizzo di un anticoagulante come l’Eparina o le EBPM per almeno 7 giorni può salvare la vita.
  • BARICITINIB: E’ un farmaco che agisce su uno dei regolatori dell’endocitosi. Interrompendo l’attività di questa proteina si potrebbe interrompere il passaggio del virus nelle cellule. E’ stato svolto uno studio presso l’Azienda ospedaliera universitaria pisana su circa 20 pazienti che hanno mostrato un rapido miglioramento dei valori di saturazione dell’ossigeno. 

ALTRE IPOTESI:

  • SANGUE MESTRUALE: Può suonare strano, ma in Cina hanno pensato anche a questo. Al First Affiliated Hospital of Zhejiang University hanno iniettato delle cellule staminali derivate dal sangue mestruale in 28 persone e poi hanno comparato i risultato con chi non ha ricevuto l’infusione. Finora ci sono minime evidenze che abbia funzionato.
  • LA FRUTTA: Nella ricerca per le possibili cure per il Coronavirus in Cina ci sono stati anche 15 trial che hanno coinvolto circa duemila persone trattate con le terapia della medicina cinese. Uno dei più grandi ha valutato gli effetti del shuanghuanglian, una medicina cinese che contiene estratti dalla frutta secca lianqiao (Forsythiae fructus) utilizzata per curare le infezioni per oltre duemila anni. 
  • L’OLFATTO DEI CANI: Le stanno pensando tutte. Gli esperti della School of Veterinary Medicine dell’Università della Pennsylvania stanno lavorando a uno studio per addestrare i cani a riconoscere l’odore del Covid-19. Al momento stanno addestrando 8 cani.

NON FUNZIONANO:

  • ARBIDOL (UMIFENOVIR) : I ricercatori della Zhejiang University hanno rivelato che questi due medicinali sembrerebbero in grado di neutralizzare il virus almeno secondo i test in vitro. Arbidol è un medicinale antivirale utilizzato in Cina e in Russia (gira anche un video in cui degli italiani acquistano in Russia il “farmaco che cura il Coronavirus” ma si tratta di una bufala) per il trattamento di epatite C. Al momento però non ci sono prove sufficienti per indicarli come validi. Burioni è netto: «Non serve a niente. Basta con le bufale, almeno ora».
    Lo conferma anche AIFA spiegando che al momento non ci sono evidenze scientifiche.

 

Aggiornato al: 8 maggio 2020