Rinnovo-PMP-daniele-giudici

Prima di morire mio padre mi ripeteva sempre:

«Tu avrai un vantaggio rispetto a me, tu potrai studiare cose che io non posso neanche immaginare».

Me lo diceva lui che pur con grande fatica aveva ottenuto grandissimi risultati. 
Ho seguito il suo consiglio.

Dopo vent’anni di carriera nel mondo dell’editoria e della comunicazione nel ruolo prima di giornalista, poi di segretario di redazione, di Direttore Responsabile e infine di Project Manager, nel 2015 ho acquisto la certificazione PMP (Professional project management) ovvero l’attestato che a livello mondiale dimostra le mie qualità da Project Manager.

LA SVOLTA E’ ARRIVATA A LONDRA

Ricordo ancora quando andai a Londra nel 2015. All’inizio l’idea era quella di vedere dove stava andando il mondo dell’editoria in Gran Bretagna. Venivo da anni in cui in Italia c’era solo tanta depressione e era un continuo “qui moriremo tutti”. A Londra capii subito che i miei 20 anni di esperienza nella gestione di grandi progetti (editoriali o meno) non era una competence dimostrabile a livello internazionale. Fu lì che mi scontrai con il mondo del project management e il PMP era la montagna da scalare per tutti i PM del mondo. Quindi anche per me, nonostante facessi quel lavoro da anni.

PMP-exam-passedNon è stato per niente semplice ottenerlo. Ho studiato duro ma è stato un momento di crescita enorme per me. Il 20 ottobre del 2015 finalmente divenni PMP dopo un esame con centinaia di domande complesse sulla gestione di progetti da rispondere in poche ore.
Uno sforzo abnorme e parlando anche con altri PMP certificati è stato uno sforzo compiuto da tutti, anche da chi gestisce progetti in varie multinazionali. Insomma, non è facile compilare a mano un CPM (il Critical Path Method, in questo articolo puoi scoprire cos’è) o fare calcoli complessi come quelli per l’EVM in un minuto e mezzo a domanda. E per di più, tutto in inglese.

PMP-exam-no-problem-daniele-giudiciIn questi tre anni ho anche scritto un libro (“PMP EXAM NO PROBLEM“, è in lingua inglese e lo trovate su Amazon nella versione sul PMbook quinta versione e poi aggiornato al PMbook sesta versione) sul metodo che ho usato e le nozioni apprese nello studio, con la speranza che possano aiutare tutti gli aspiranti. Un libro in ebook venduto in tutto il mondo, dal Canada all’India, dagli Stati Uniti al Sudafrica. Chi studia per prendere il PMP nel mondo lo fa anche con un mio testo. Lo vendo molto meno in Italia dove purtroppo il project management è ancora un mondo oscuro. Va detto, però, che il testo è tutto in inglese.

Questa certificazione va rinnovata ogni tre anni attraverso i crediti ottenuti con i vari meeting e conferenze sul settore e non è un peso, anzi, è un privilegio perché mi permette di essere sempre aggiornato sulle nuove tendenze e scoperte del Project Management. Già, perché la gestione dei progetti si è evoluta nel corso dei secoli: oggi non siamo ai tempi del taylorismo (anche se le performance vengono analizzate basandosi sui dati e sui risultati) e anche la metodologia waterfall (per semplificare, quella: analizzo-pianifico-lavoro-testo-immetto sul mercato) oggi non è più efficace. Siamo nell’era Agile, nell’era del Lean, del Six Sigma, dello Scrum, tutti framework che hanno rivoluzionato il modo di fare Project Management nel nuovo millennio.
Ovviamente per i crediti servono anche i nuovi progetti che ho continuato a fare dopo il 2015 e continuerò a fare nel futuro.

IL PMP MI E’ SERVITO?

La risposta è semplice, sì. Non tanto per trovare lavoro. In Italia abbiamo un tessuto imprenditoriale fatto di piccole/medie imprese spesso a conduzione familiare e con imprenditori che hanno imparato sul campo quelle regole necessarie al proprio business, ma nulla di più. In Italia la stragrande maggioranza degli imprenditori medio/piccoli non ha la minima idea di cosa sia il Project Management. Anche io ho fatto così. Ho imparato il lavoro giornalistico da mio padre, giornalista anche lui seppur a livello locale, mentre ho imparato a dirigere e a preparare progetti di nuove riviste quando ho iniziato a lavorare in redazioni nazionali e internazionali. Ho imparato il mestiere sul campo, prendendo dai migliori: ho sempre affrontato il mio lavoro con grande umiltà ponendomi con la testa dell’allievo che vuole imparare anche quando ho avuto a che fare con chi ne sapeva meno di me. Si può imparare da tutti. Un comportamento che mi ha portato molto in alto nella mia carriera ma la domanda è: quanto avrei fatto meglio se avessi usato le tecniche e i tool della certificazione PMP? Molto di più.

Non a caso a livello di grandi imprese il PMP è essenziale perché presuppone una profonda conoscenza dell’organizzazione di un progetto con il metodo Waterfall (almeno quando l’ho fatto io, oggi il PMP garantisce anche conoscenze Agile) e quindi è richiesto come skill di base. 

Nel mio caso ho la fortuna di lavorare con la mia azienda di servizi editoriali quindi per me è stato più un adattare le mie dinamiche aziendali con gli standard internazionali del PMI (Project Management Institute) piuttosto che un inserirmi all’interno di una organizzazione già organizzata. E’ stata una crescita enorme per le mie competenze perché oggi le mie capacità di project management (e per questo intendo dalla pianificazione alla gestione dei rischi, dalle stime e il controllo del budget e delle tempistiche alla comunicazione e all’utilizzo delle risorse umane e tecnologiche fino al deliverable e i suoi possibili cambi dopo validazioni) sono molto più importanti rispetto a prima che riuscivo comunque a portare avanti decine di progetti ma con una maggior fatica. 

La vita è fatta di tante sfide. Le sfide costruiscono la motivazione a crescere e l’autostima. La crescita arriva con la conoscenza. 
Per questo dico grazie a me e grazie a papà per quel consiglio illuminante.