Sacro Bosco di Bomarzo, l’impressionante Parco dei Mostri che ti lascia senza parole

La prima volta che entri nel Sacro Bosco di Bomarzo, ti chiedi se sei finito in un sogno. O in un incubo. O in entrambi. Dipende da come la guardi. Ci sono creature di pietra che ti fissano, bocche spalancate dove puoi entrare, case storte che ti fanno perdere l’equilibrio. È un posto che non assomiglia a nessun altro al mondo. E non è una frase fatta: è letteralmente così. Questo parco, chiamato anche Parco dei Mostri o Villa delle Meraviglie, è stato creato nel XVI secolo da un principe visionario, Pier Francesco Orsini, detto Vicino. E ancora oggi nessuno ha capito fino in fondo cosa volesse dire con tutte quelle sculture. Ma forse è proprio questo il bello.

Pier Francesco Orsini, la storia di un principe innamorato

Vicino Orsini nacque il 4 luglio 1523 a Roma. Era un nobile della potente famiglia Orsini, aveva partecipato alle guerre che devastarono l’Europa nella prima metà del Cinquecento, aveva visto morte e distruzione. Quando tornò a Bomarzo, commissionò all’architetto Pirro Ligorio la realizzazione di questo parco straordinario. Secondo la tradizione, lo fece “sol per sfogare il core” dopo la morte della moglie Giulia Farnese. Le prime notizie certe del parco risalgono al 1563, quando il letterato Annibal Caro, amico di Orsini, parlò in una lettera delle “cose stravaganti e soprannaturali” che si trovavano nel “boschetto del signor Vicino”.
Vicino dedicò alla realizzazione del progetto gli ultimi trent’anni della sua vita. La prima parte dei lavori fu conclusa già nel 1552, ma il parco continuò a crescere e modificarsi fino alla morte del principe, nel 1585.

Vicino Orsini, l'uomo che ha creato il Parco dei Mostri di Bomarzo
Vicino Orsini (fonte)

Parliamo di Pirro Ligorio, l’architetto, non proprio l’ultimo che passava. Lui è stato l’architetto, tra le varie, di Villa d’Este di Tivoli, il soffitto della navata centrale di San Giovanni in Laterano a Roma, vari lavori di completamento di San Pietro a Roma, ha realizzato i contrafforti per impedire il crollo della Cappella Sistina e ha ristrutturato (e ricostruito in parte) il Castello Estense di Ferrara. Un vero genio dell’architettura, l’uomo perfetto per il Sacro Bosco.

Dopo di che, il Sacro Bosco venne abbandonato. Per secoli. La vegetazione invase i sentieri, ricoprì le sculture di rampicanti, cancellò i colori con cui un tempo erano dipinte le statue. Finché, negli anni ’50 del Novecento, i coniugi Giancarlo e Tina Severi Bettini acquistarono il parco, lo restaurarono e lo aprirono al pubblico nel 1954.
Nel 1948, Salvador Dalí visitò il Sacro Bosco e si fece fotografare in pose originali tra le sculture. Lo definì “un’invenzione storica unica”.

E Dalì non è stato l’unico personaggio importante ad innamorarsi del Sacro Bosco di Bomarzo:

  • Il compositore argentino Alberto Ginastera compose nel 1967 l’opera “Bomarzo” su libretto di Manuel Mujica Laínez, basata sul suo romanzo del 1962 sulla vita di Vicino Orsini.
  • Le statue un tempo erano dipinte a colori vivaci. Immagina come doveva essere.
  • Goethe ne parlò nei suoi scritti.
  • Il parco non segue regole prospettiche. Gli elementi sono svincolati tra loro, creando un rapporto sconcertante con la natura.
  • Non si possono portare cani all’interno del parco, tranne cani guida per non vedenti. C’è un’area all’ingresso dove lasciarli durante la visita.

Cosa rappresenta davvero il Sacro Bosco di Bomarzo

Questa è la parte complicata. Perché nessuno lo sa con certezza. Il parco è un enigma che studiosi e appassionati cercano di decifrare da secoli. Secondo alcune interpretazioni, il Sacro Bosco è un libro scolpito nella pietra, un percorso iniziatico dove le varie tappe corrispondono alle prove che l’anima deve compiere. Le varie tappe sarebbero le sculture in pietra. Un po’ come il cammino di Dante nella Divina Commedia. Il percorso si sviluppa su tre livelli nella collina, salendo verso una simbolica piramide che rappresenta la vita, dove si compie una sorta di purificazione dell’anima.
Il parco segue metaforicamente le fasi della “Grande Opera” alchemica:

• Nigredo (Opera al Nero): Il disorientamento nel bosco oscuro, tra mostri e paure (la Casa Pendente, i Giganti che lottano).
• Albedo (Opera al Bianco): La purificazione attraverso le fontane e il confronto con figure mitologiche come Venere o le Grazie.
• Rubedo (Opera al Rosso): Il raggiungimento della sapienza e del sacro nel Tempio finale

Altre interpretazioni parlano di alchimia, di filosofia ermetica, di letteratura cavalleresca. Fatto sta che Vicino Orsini, da buon uomo colto del Rinascimento, conosceva perfettamente i poemi cavallereschi, i miti classici, le teorie esoteriche dell’epoca. E tutto questo lo ha messo nelle sue sculture, ma ha evitato accuratamente ogni spiegazione palese. Le didascalie che si trovano qua e là sono enigmi, non istruzioni. Vicino voleva che ogni visitatore trovasse il proprio significato, che ci ragionasse sopra, che si perdesse e si ritrovasse tra quelle creature di pietra.

Il percorso tra i mostri: il significato simbolico di ogni statua

Il parco si estende su circa 3 ettari di bosco. I sentieri si snodano tra conifere e latifoglie, salendo e scendendo per la collina. Le sculture sono state realizzate direttamente nei massi di peperino che si trovavano sul posto, quindi ogni statua è parte del terreno stesso.

• Le Sfingi: Appena varcata la soglia monumentale del bosco, due Sfingi ti accolgono. Una a destra, una a sinistra. Il loro aspetto ricalca tanto il modello classico di donna col corpo di leone quanto quello egizio, poiché sono entrambe prive di ali. Le due creature sono poste simbolicamente a guardia del parco.
L’iscrizione a sinistra recita: “Chi con ciglia inarcate et labbra strette non va per questo loco, manco ammira le famose del mondo moli sette”.
Quella a destra: “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per incanto o pur per arte”

• Proteo o Glauco: È il primo vero “mostro” che incontri. Nella mitologia, Glauco era un pescatore che si trasformò in un tritone marino dopo aver mangiato un’erba magica. Qui ti accoglie con occhi sgranati, narici dilatate, bocca spalancata. Sul capo sorregge un globo di pietra, sulla cui cima è posta una piccola torre: questa iconografia rimanda al mondo, dominato dal simbolo degli Orsini.

Sacro Bosco di Bomarzo - Il Proteo
Il Proteo.

• Il Mausoleo: Un grande masso apparentemente informe, in realtà modellato per sembrare il frontone di una tomba etrusca. Le decorazioni ricalcano quelle di una tomba rinvenuta a Sovana.

• La Gigantomachia: Denominato anche “il Colosso”, è la statua più grande del parco. Rappresenta la lotta di due giganti, identificati come Ercole e Caco. Intorno a loro, alcune figure di guerrieri, ormai erose dal tempo. Un’iscrizione in endecasillabi esalta il gruppo: “Se Rodi altier già fu del suo Colosso pur di quest’il mio bosco ancho si gloria e per più non poter fo quant’io posso”. È simbolo del percorso di purificazione, visto che anche le 12 fatiche di Ercole sono considerate una metafora spirituale.

Sacro Bosco di Bomarzo - Ercole e Caco.
Ercole e Caco.

• La Tartaruga e la Balena: Sul guscio tondeggiante è collocata la statua di una Nike, e una grossa balena che emerge dalla terra. I due animali sembrano fissarsi reciprocamente. La tartaruga è simbolo di stabilità e longevità, rappresenta l’unione tra la terra e il cielo. Il gruppo scultoreo è il passaggio verso la purificazione e la donna alata è l’apice di questa trasformazione.

• Pegaso: Dalla vasca di una fontana emerge la figura di Pegaso. Il cavallo simboleggia la passionalità e l’impetuosità istintiva che può essere dominata dalla volontà spirituale umana, rappresentata dalle sue ali. A poca distanza il cosiddetto “Albero-statua”, un tronco di larice scolpito su un masso.

• Ninfeo: Un grande ambiente a vasca che ricalca i ninfei d’età greco-romana, decorato con le figure delle tre Grazie e di tre ninfe. Sulla parete est si trova la colossale scultura di Venere su una grossa conchiglia, mentre nei dintorni è visibile una fontana ornata da figure di delfini.

• Il Teatro: È la riproduzione molto piccola di un’esedra del palcoscenico.

• La Casa Pendente: Un piccolo edificio costruito su un masso inclinato di 23 gradi, la stessa inclinazione dell’asse terrestre. Quando ci entri, perdi ogni riferimento e causa smarrimento e perdita dell’equilibrio (il pavimento non è a 90° rispetto ai muri). Ti sembra di essere ubriaco, anche se sei perfettamente sobrio. La sensazione di instabilità è fortissima. Su una delle facciate è leggibile l’iscrizione: “Animus quiescendo fit prudentior ergo” (L’animo tacendo diviene più assennato).

• Nettuno e la Ninfa dormiente: Un grande piazzale scandito da enormi vasi in pietra, un tempo ornati da iscrizioni oggi non più leggibili, conduce alla maestosa statua di Nettuno, dio dei mari, adagiato su un letto d’acqua, come le divinità fluviali d’epoca romana, e con un delfino tra le braccia. A poca distanza, una ninfa gigantesca dorme poggiata sinuosamente su un braccio.

• Cerere: Dea delle messi e madre di Proserpina, è rappresentata come una gigantesca donna recante un cesto di spighe sul capo e nelle mani una fiaccola e la cornucopia. Attorno a lei si scorgono figure di creature del bosco.

Sacro Bosco di Bomarzo - Cerere
Cerere

• L’Elefante: Un elefante che porta una torre sulla schiena e tiene stretto un legionario romano con la proboscide. Si pensa che alluda alla morte del figlio di Vicino, Orazio, morto nella battaglia di Lepanto, o un riferimento all’impresa di Annibale durante le guerre puniche.

Sacro Bosco di Bomarzo - L'elefante
L’elefante.

• Il Drago: Si tratta di una viverna, uno spaventoso mostro rettiliforme che lotta contro tre animali, oggi non più riconoscibili.

• L’Orco (o Ogre): È la scultura più famosa del parco. Una testa gigantesca con la bocca spalancata, tanto grande che puoi entrarci dentro. Sul labbro superiore c’è scritto “Ogni pensiero vola”. La forma dell’ambiente fa sì che le voci e i suoni rimbalzino sulle pareti creando un’eco dall’effetto spaventoso.

Sacro Bosco di Bomarzo - L'Orco

• Vaso, Ariete e Panca etrusca: Si tratta di tre figure poste a poca distanza fra loro: una gigantesca anfora decorata con una testa di gorgone, un ariete seduto (molto rovinato) e una panca che ricalca la forma di un triclinium etrusco o romano, collocata dentro una nicchia che riporta un’iscrizione in versi: “Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder maraviglie alte et stupende venite qua dove son faccie horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi et draghi”.

• Proserpina e Cerbero: La regina dell’Ade, molto rovinata, è rappresentata come una donna a braccia aperte, la cui veste è in realtà un’ampia panca su cui è possibile sostare. A pochi passi da lei è Cerbero, il cane dotato di tre teste, a guardia dell’Oltretomba. Alle spalle delle due figure si trova il piazzale delle Pigne, così denominato perché delimitato da sculture che riprendono il pignone assieme ad altre a forma di ghianda. È simbolo del ciclo della vita e della morte, visto che Proserpina emergendo da sottoterra genera il rifiorire della vita.

• Echidna e la Furia Alata: Di fronte al piazzale delle Pigne si trovano due mostruose sculture affrontate. Echidna è ritratta come una colossale donna con due code di serpente al posto delle gambe, simile all’iconografia medievale della sirena. La Furia è una donna con coda e ali di drago. Tra di loro sono accucciati due leoni, figli di Echidna, presenti nello stemma di Viterbo.

• Il Tempietto: Nel punto più alto del parco c’è un tempietto che Vicino dedicò alla memoria della moglie Giulia Farnese. Fu ostruito vent’anni dopo rispetto al resto del parco. Il tempio riprende forme architettoniche di diverse epoche: quella classica (frontone, colonnato e vestibolo) e quella rinascimentale (cupola). Quest’ultima ha la particolarità di essere stata modellata sulla base di quella di Santa Maria del Fiore a Firenze. L’interno è costituito da una piccolissima aula circolare, nella quale la famiglia Bettini, che ha restaurato il complesso, ha posto una lapide alla memoria di Tina Severi Bettini e di Giancarlo Bettini.
È l’unico edificio “normale” del parco, classico, armonico, in contrasto con tutto il resto. Come a dire: dopo il caos, la pace.

Quanto dura la visita al Parco dei Mostri e quanto costa

Circa due ore (fonte: Property Story Book Bomarzo). Dipende da quanto ti fermi davanti a ogni scultura, da quante foto scatti, da quanto ti perdi nei sentieri. Ma il bello è proprio questo: non c’è fretta. Il parco è aperto tutti i giorni dell’anno con orario continuato, chiuso solo il 25 dicembre.

L’ultimo ingresso è sempre un’ora prima della chiusura e gli orari variano a seconda della stagione:

  • Gennaio-Febbraio: 9.00-17.00
  • Marzo-Settembre: 9.00-19.00
  • Ottobre: 9.00-18.00 (ora legale) / 9.00-17.00 (ora solare)
  • Novembre-Dicembre: 9.00-17.00

Il costo. Biglietto intero: 15 euro. Bambini 4-13 anni: 9 euro. Bambini 0-3 anni: gratis.

Sacro Bosco di Bomarzo - Cartolina vintage
Il Sacro Bosco prima del restauro in una vecchia stampa visibile all’interno del parco.

Perché vale la pena visitare il Sacro Bosco

Perché non c’è nient’altro di simile al mondo. Davvero. Villa d’Este è splendida, Villa Adriana è maestosa, i giardini di Boboli sono eleganti. Ma il Sacro Bosco è unico. È un posto che confonde, che interroga, che ti fa sentire piccolo davanti a qualcosa di più grande. Non è un parco “bello” nel senso tradizionale. Non è ordinato, non è simmetrico, non segue le regole dell’architettura rinascimentale. Anzi, le ignora volutamente. Ed è proprio questo che lo rende straordinario.

È un’esperienza che lascia il segno. I bambini lo adorano perché è come entrare in un bosco delle favole. Gli adulti lo amano perché stimola domande, riflessioni, emozioni. Gli artisti ci vengono a cercare ispirazione. Gli studiosi a cercare risposte. E poi c’è un altro motivo: il parco è immerso nel verde, i sentieri sono ombreggiati, l’aria è fresca. Anche nelle giornate più calde dell’estate, qui si sta bene.

Come arrivare al Parco dei Mostri

In auto: Autostrada A1, uscita Attigliano, poi 6 km sulla SP Bomarese. C’è un ampio parcheggio gratuito. Da Roma è distante circa un’ora di macchina.
In treno e bus: Stazione di Orte Scalo, poi bus Cotral verso Bomarzo. Oppure Viterbo, poi bus Cotral. Ma attenzione: le corse non sono frequentissime, quindi bisogna organizzarsi.

Oltre il Sacro Bosco, Bomarzo

Bomarzo stesso merita una visita. Il centro storico medievale, il Palazzo Orsini, il Duomo, la Piramide Etrusca. E se ti fermi a mangiare, ci sono ottimi ristoranti che servono piatti della tradizione locale.
Leggi qui la guida per scoprire Bomarzo, oltre il Sacro Bosco.

E se poi ti innamori del posto e decidi che vuoi viverci, sto promuovendo una casa in vendita a un chilometro dal Sacro Bosco. Pensaci. Vivere vicino al Parco dei Mostri è un’opportunità. Molte persone hanno scoperto Bomarzo grazie al parco, e poi hanno capito che è un posto dove si può vivere bene ma anche un posto che si può sfruttare economicamwnte grazie al turismo del Sacro Bosco.

Perché il bello di vivere a Bomarzo è che hai il meglio di due mondi: la tranquillità di un borgo e il dinamismo di un luogo turistico. I visitatori arrivano, visitano il parco, mangiano nei ristoranti, comprano nei negozi, dormono nei B&B. E poi se ne vanno. Tu resti, con la tua pace.

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